Roma, 5 giugno 2009 – Una dichiarazione rilasciata ieri dalla Banca europea per gli investimenti contraddice quanto annunciato il 3 giugno all’organizzazione Friends of Lake Turkana in merito al ritiro dell’istituzione dal possibile finanziamento della diga di Gibe 3 in Etiopia. Quanto affermato ieri rispecchia appieno la volontà della Banca di condurre nella più totale opacità le sue operazioni riguardo a Gibe 3 e ad altri controversi progetti.
Chiariamo come sono andati realmente i fatti.
Lo scorso 4 marzo Ikal Angelei, coordinatrice della kenyana Friends of Lake Turkana ha inviato una lettera al presidente della BEI chiedendo che la Banca non finanziasse Gibe 3.
Il 30 aprile il segretario generale della BEI ha informato Friends of Lake Turkana che l’ufficio reclami dell’istituzione si sarebbe incontrato con esponenti della Ong keniana per “far sì che la BEI prenda una decisione informata sul possibile finanziamento del progetto”. La responsabile dell’ufficio ha informato Friends of Lake Turkana che avrebbe preso parte all’incontro con il Compliance Review and Mediation Unit della Banca Africana per lo sviluppo previsto per l’8 giugno a Nairobi.
Il 3 giugno la responsabile dell’ufficio reclami della BEI ha chiamato Ikal Angeli, informandola che il presidente della stessa BEI aveva formalmente annunciato il mancato coinvolgimento della Banca in Gibe 3, ragione per cui lei non avrebbe preso parte all’incontro dell’8 giugno. Un rappresentante di un’altra istituzione lo stesso giorno ha parlato con Ikal Angelei, confermando la notizia del ritiro della BEI dal progetto.
International Rivers, la coalizione europea Counter Balance e Friends of Lake Turkana hanno accolto con favore questo annuncio, definendolo “una svolta per l’ambiente e le comunità impattate” e un “fondamentale passo in avanti per gli standard dei prestiti della Banca”.
Il 4 giugno la BEI ha rilasciato una dichiarazione in cui si sostiene che “finora la Banca non ha preso nessuna decisione formale riguardo a una possibile valutazione del progetto” e che “la Banca ha bisogno di ulteriori studi per decidere se procedere con una valutazione formale”.
La BEI è solita valutare in maniera informale i progetti tramite quella che definisce una “pre-valutazione”, così da evitare il processo di responsabilità formale che si applica con i giudizi ufficiali. In questo modo la Banca ha condotto una valutazione di Gibe 3 nascondendosi dietro la copertura della “pre-valutazione”. Uno stratagemma che ha permesso all’istituzione di non rendere pubbliche alle comunità impattate la informazioni sul progetto, evitando così loro eventuali ricorsi.
La Banca, inoltre, sta finanziando l’Economic, Financial and Technical Assessment del progetto insieme alla Banca africana per lo sviluppo, sebbene anche in questo caso non abbia voluto rendere noto nessun dettaglio al riguardo.
In base agli ultimi accadimenti, International Rivers, la coalizione europea Counter Balance e Friends of Lake Turkana chiedono alla BEI di rendere pubbliche tutte le informazioni che hanno a che fare con il suo coinvolgimento in Gibe 3.
Caterina Amicucci della CRBM, una delle organizzazioni che compongono il network Counter Balance, ha dichiarato: “Nonostante tanti discorsi e molti impegni retorici, la BEI non si fa carico delle sue responsabilità. Non solo le sue politiche e linee guida devono essere migliorate, ma anche le sue pratiche interne e il suo approccio in generale. In quanto banca di sviluppo dell’Unione Europea, non può far di tutto per nascondere le sue operazioni. Le sue azioni devono essere trasparenti e il pubblico ne deve poter essere informato”.
venerdì 12 giugno 2009
giovedì 4 giugno 2009
LA BEI NON FINANZIA LA DIGA DI GIBE 3 IN ETIOPIA
ROMA, 4 GIUGNO 2009 – La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha annunciato ieri sera che non ha intenzione di fornire la copertura finanziaria per il progetto della diga di Gilgel Gibe 3, in Etiopia. Sebbene non siano state specificate le ragioni di tale decisione, appare evidente che la Banca di sviluppo dell’Unione europea ha giudicato troppo negativi gli impatti correlati alla costruzione della diga. Gilgel Gige 3, infatti, qualora completata devasterebbe l’ecosistema della valle dell’Omo e del lago Turkana, in Kenya, mettendo a rischio la sicurezza alimentare di almeno 500mila persone.
I lavori di realizzazione dell’impianto idroelettrico, i cui costi sono stimati intorno al miliardo e mezzo di euro, sono affidati alla compagnia italiana Salini, che ha ricevuto l’appalto dall’esecutivo etiope senza che si svolgesse nessuna gara formale.
La CRBM, la coalizione Counterbalance, Friends of Lake Turkana e International Rivers hanno accolto con grande soddisfazione il provvedimento della BEI, però al contempo spingono affinché il governo italiano e la Banca africana di sviluppo non eroghino fondi per il progetto. L’esecutivo di Addis Abeba ha già richiesto all’Italia un prestito di 250 milioni di euro per la nuova diga, sebbene la nostra agenzia di credito all’export, la SACE, abbia già declinato ogni forma di sostegno.
Val la pena ricordare che la diga Gilgel Gibe 2, in fase di completamento per opera della Salini, fu a suo tempo finanziata sia dalla nostra cooperazione che dalla BEI.
“La decisione della BEI va nella direzione giusta e ci auguriamo che questo sia il primo passo verso il sostegno ad un nuovo modello energetico rispettoso dell'ambiente e delle popolazioni locali nei Paesi del sud del mondo” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “Il progetto ha già incassato il consenso politico del governo Berlusconi, che dopo aver dimezzato i fondi della cooperazione allo sviluppo intende destinare 250 milioni ad un’opera che potrebbe creare una vera e propria crisi umanitaria nella regione e che è ha collezionato numerose irregolarità procedurali” ha continuato l’Amicucci. “La cooperazione italiana non deve finanziare questo progetto, la società civile internazionale è pronta a portare il caso al Consiglio dei diritti Umani dell'ONU e anche a intraprendere una battaglia legale, qualora necessario” ha concluso l’Amicucci.
Secondo la Ong statunitense International Rivers qualora la Banca africana di sviluppo dovesse garantire un prestito per Gilgel Gibe 3 violerebbe le sue stesse politiche sugli impatti socio-ambientali, sulla riduzione della povertà, sul reinsediamento e sulla gestione transfrontaliera delle risorse idriche.
I lavori di realizzazione dell’impianto idroelettrico, i cui costi sono stimati intorno al miliardo e mezzo di euro, sono affidati alla compagnia italiana Salini, che ha ricevuto l’appalto dall’esecutivo etiope senza che si svolgesse nessuna gara formale.
La CRBM, la coalizione Counterbalance, Friends of Lake Turkana e International Rivers hanno accolto con grande soddisfazione il provvedimento della BEI, però al contempo spingono affinché il governo italiano e la Banca africana di sviluppo non eroghino fondi per il progetto. L’esecutivo di Addis Abeba ha già richiesto all’Italia un prestito di 250 milioni di euro per la nuova diga, sebbene la nostra agenzia di credito all’export, la SACE, abbia già declinato ogni forma di sostegno.
Val la pena ricordare che la diga Gilgel Gibe 2, in fase di completamento per opera della Salini, fu a suo tempo finanziata sia dalla nostra cooperazione che dalla BEI.
“La decisione della BEI va nella direzione giusta e ci auguriamo che questo sia il primo passo verso il sostegno ad un nuovo modello energetico rispettoso dell'ambiente e delle popolazioni locali nei Paesi del sud del mondo” ha dichiarato Caterina Amicucci della CRBM. “Il progetto ha già incassato il consenso politico del governo Berlusconi, che dopo aver dimezzato i fondi della cooperazione allo sviluppo intende destinare 250 milioni ad un’opera che potrebbe creare una vera e propria crisi umanitaria nella regione e che è ha collezionato numerose irregolarità procedurali” ha continuato l’Amicucci. “La cooperazione italiana non deve finanziare questo progetto, la società civile internazionale è pronta a portare il caso al Consiglio dei diritti Umani dell'ONU e anche a intraprendere una battaglia legale, qualora necessario” ha concluso l’Amicucci.
Secondo la Ong statunitense International Rivers qualora la Banca africana di sviluppo dovesse garantire un prestito per Gilgel Gibe 3 violerebbe le sue stesse politiche sugli impatti socio-ambientali, sulla riduzione della povertà, sul reinsediamento e sulla gestione transfrontaliera delle risorse idriche.
martedì 31 marzo 2009
Lo sguardo di un pennuto sulle grandi dighe
martedì 24 marzo 2009
L’acqua è un bisogno, ma non un diritto
Si sono svolti in contemporanea a Istanbul il Forum Mondiale ufficiale dell’acqua e il contro forum della società civile e dei movimenti per l’acqua. Entrambi hanno discusso dei problemi legati alle risorse idriche, ma le conclusioni sono diverse.
articolo di Caterina Amicucci pubblicato da Nigrizia Online
Si è concluso domenica 22 marzo il People's Water Forum organizzato dalla società civile ad Istanbul, in parallelo al quinto Forum Mondiale dell'Acqua. Centinaia di delegati di associazioni, movimenti e sindacati hanno ribadito che l'acqua è un bene comune ed un diritto fondamentale, facendo appello ai governi affinché il forum sia trasferito in sede ONU attraverso un processo partecipativo ed inclusivo. Durante le numerose conferenze, i partecipanti giunti ad Istanbul da 70 diversi paesi, hanno condiviso esperienze di lotta per rendere l’acqua pubblica, buone pratiche di gestione partecipata, e strategie di pressione verso governi ed enti locali che hanno portato alcuni paesi dell'America latina a riconoscere nella Costituzione che l'acqua è un diritto umano, ed una città come Parigi a tornare, a partire dal 2010, ad una gestione pubblica dei servizi idrici.
Un riconoscimento particolare è andato alla società civile turca, che in pochi mesi è riuscita a costruire una nuova fondamentale tappa per il movimento, non senza difficoltà che hanno impedito la creazione di un fronte unico. Sono state infatti due distinte piattaforme ad animare il forum alternativo a causa del mancato accordo sul dirimente tema delle dighe in Turchia, fortemente intrecciato con la questione curda. Il governo turco è infatti deciso a portare avanti un progetto di sfruttamento dei bacini del sud est dell'Anatolia – meglio noto compe progetto GAP- per la produzione di energia elettrica e la creazione di infrastrutture irrigue. Un progetto dagli impatti ambientali e sociali devastanti, che sommergerà siti archeologici antichissimi, provocherà il dislocamento di decine di villaggi curdi, e cambierà radicalmente l'ecosistema della regione.
L’aspetto ambientale è risultato essere un problema comune, condiviso durante i diversi workshop con i rappresentanti delle associazioni africane e dell'America latina, dove il paradigma delle grandi dighe minaccia la sicurezza alimentare e l'accesso all'acqua di numerose popolazioni indigene e persino l'ecosistema dell'incontaminata Patagonia.
Su un punto però l'accordo è stato unanime. Il Consiglio Mondiale dell'Acqua, promotore del forum dal 1997, è un organo illegittimo guidato dagli interessi delle multinazionali dell'acqua. Il fatto che il presidente sia Loïc Fauchon, numero uno della Società Idrica di Marsiglia, sussidiaria delle due più grandi multinazionali del settore, Veolia e Suez, la dice lunga sui veri scopi di questa organizzazione: continuare a promuovere i processi di privatizzazione dell'acqua nel nord e nel sud del mondo e la costruzione delle grandi infrastrutture idriche ad opera delle compagnie occidentali. Una lobby molto pericolosa che è riuscita a far confluire ad Istanbul moltissimi governi ed enti locali di tutto il mondo, che nella dichiarazione finale hanno stigmatizzato l'acqua come un bisogno e non come un diritto inalienabile. Pochi gli enti locali che hanno sottoscritto la dichiarazione e molto importante l'iniziativa dei governi latinoamericani presenti al Forum, che hanno guidato la stesura di un documento alternativo che riconosce l'accesso a l'acqua come un diritto umano fondamentale.
Fino adora sono venti i paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione alternativa ( fra gli europei solo Spagna e Svizzera) ma il consenso potrebbe crescere nei prossimi mesi. Viva preoccupazione sulla dichiarazione interministeriale è stata espressa dal Presidente Generale dell'Assemblea Generale dell'ONU, Miguel d'Escoto Brockmann, che ha criticato aspramente anche il carattere privatistico ed esclusivo del Forum ufficiale. Le parole di d'Escoto sono arrivate ad Istanbul tramite la consigliera Maude Barlow, che ha partecipato anche ai lavori del forum alternativo facendo appello ad un'alleanza trasversale fra istituzioni e società civile per arrestare questo pericoloso processo di mercificazione dell'acqua. Il tema delle alleanze conclude anche la dichiarazione finale dei movimenti, che hanno richiamato alla necessità di unire le forze con le reti contadine e con chi è impegnato sul fronte del cambiamento climatico. E' sempre più evidente che l'appuntamento del prossimo dicembre a Copenaghen, dove si concluderà il negoziato sul clima, rappresenterà per la società civile globale un momento cruciale.
articolo di Caterina Amicucci pubblicato da Nigrizia Online
Si è concluso domenica 22 marzo il People's Water Forum organizzato dalla società civile ad Istanbul, in parallelo al quinto Forum Mondiale dell'Acqua. Centinaia di delegati di associazioni, movimenti e sindacati hanno ribadito che l'acqua è un bene comune ed un diritto fondamentale, facendo appello ai governi affinché il forum sia trasferito in sede ONU attraverso un processo partecipativo ed inclusivo. Durante le numerose conferenze, i partecipanti giunti ad Istanbul da 70 diversi paesi, hanno condiviso esperienze di lotta per rendere l’acqua pubblica, buone pratiche di gestione partecipata, e strategie di pressione verso governi ed enti locali che hanno portato alcuni paesi dell'America latina a riconoscere nella Costituzione che l'acqua è un diritto umano, ed una città come Parigi a tornare, a partire dal 2010, ad una gestione pubblica dei servizi idrici.
Un riconoscimento particolare è andato alla società civile turca, che in pochi mesi è riuscita a costruire una nuova fondamentale tappa per il movimento, non senza difficoltà che hanno impedito la creazione di un fronte unico. Sono state infatti due distinte piattaforme ad animare il forum alternativo a causa del mancato accordo sul dirimente tema delle dighe in Turchia, fortemente intrecciato con la questione curda. Il governo turco è infatti deciso a portare avanti un progetto di sfruttamento dei bacini del sud est dell'Anatolia – meglio noto compe progetto GAP- per la produzione di energia elettrica e la creazione di infrastrutture irrigue. Un progetto dagli impatti ambientali e sociali devastanti, che sommergerà siti archeologici antichissimi, provocherà il dislocamento di decine di villaggi curdi, e cambierà radicalmente l'ecosistema della regione.
L’aspetto ambientale è risultato essere un problema comune, condiviso durante i diversi workshop con i rappresentanti delle associazioni africane e dell'America latina, dove il paradigma delle grandi dighe minaccia la sicurezza alimentare e l'accesso all'acqua di numerose popolazioni indigene e persino l'ecosistema dell'incontaminata Patagonia.
Su un punto però l'accordo è stato unanime. Il Consiglio Mondiale dell'Acqua, promotore del forum dal 1997, è un organo illegittimo guidato dagli interessi delle multinazionali dell'acqua. Il fatto che il presidente sia Loïc Fauchon, numero uno della Società Idrica di Marsiglia, sussidiaria delle due più grandi multinazionali del settore, Veolia e Suez, la dice lunga sui veri scopi di questa organizzazione: continuare a promuovere i processi di privatizzazione dell'acqua nel nord e nel sud del mondo e la costruzione delle grandi infrastrutture idriche ad opera delle compagnie occidentali. Una lobby molto pericolosa che è riuscita a far confluire ad Istanbul moltissimi governi ed enti locali di tutto il mondo, che nella dichiarazione finale hanno stigmatizzato l'acqua come un bisogno e non come un diritto inalienabile. Pochi gli enti locali che hanno sottoscritto la dichiarazione e molto importante l'iniziativa dei governi latinoamericani presenti al Forum, che hanno guidato la stesura di un documento alternativo che riconosce l'accesso a l'acqua come un diritto umano fondamentale.
Fino adora sono venti i paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione alternativa ( fra gli europei solo Spagna e Svizzera) ma il consenso potrebbe crescere nei prossimi mesi. Viva preoccupazione sulla dichiarazione interministeriale è stata espressa dal Presidente Generale dell'Assemblea Generale dell'ONU, Miguel d'Escoto Brockmann, che ha criticato aspramente anche il carattere privatistico ed esclusivo del Forum ufficiale. Le parole di d'Escoto sono arrivate ad Istanbul tramite la consigliera Maude Barlow, che ha partecipato anche ai lavori del forum alternativo facendo appello ad un'alleanza trasversale fra istituzioni e società civile per arrestare questo pericoloso processo di mercificazione dell'acqua. Il tema delle alleanze conclude anche la dichiarazione finale dei movimenti, che hanno richiamato alla necessità di unire le forze con le reti contadine e con chi è impegnato sul fronte del cambiamento climatico. E' sempre più evidente che l'appuntamento del prossimo dicembre a Copenaghen, dove si concluderà il negoziato sul clima, rappresenterà per la società civile globale un momento cruciale.
martedì 17 marzo 2009
La diga che asseta
articolo di Caterina Amicucci pubblicato su "Il Manifesto"
La regione del lago Turkana è la più arida del Kenya, un deserto di sabbia e pietra che segna il delicato confine con l'Etiopia, il Sudan e l' Uganda. Là l'acqua è il bene più prezioso, tanto che si cammina fino ad otto ore sotto il sole battente per riportarne a casa qualche litro. Negli ultimi anni la siccità ha ridotto sensibilmente le piogge e i corsi d'acqua stagionali restano asciutti per la maggior parte del tempo.
Questa è la terra di Turkana, Borana, Samburu e Dasanech, comunità pastorali prevalentemente nomadi, da sempre in conflitto per lo sfruttamento delle scarse risorse disponibili. Sopravvivono allevando cammelli, capre, asini e contendendosi un terra impervia e l'accesso alle poche forniture idriche disponibili.
In questo ambiente ostile il lago è una risorsa fondamentale. Per alcune comunità è l'unica fonte di acqua che, nonostante sia salina, viene utilizzata per tutti gli usi domestici e per abbeverare il bestiame. Negli anni queste popolazioni dalle tradizioni millenarie hanno diversificato l'attività produttiva dedicandosi anche alla pesca. Attraverso una rudimentale catena di distribuzione e commercio, il pesce del lago Turkana arriva sui mercati di Nairobi e viene venduto anche in Uganda. Si stima che fra pescatori, distributori, commercianti e trasportatori la pesca sia l'unica fonte di reddito per 10mila famiglie, che da queste parti significa 80mila persone.
Questo fragile sistema di relazioni ecologiche e sociali potrebbe collassare per sempre se la costruzione della diga Gilgel Gibe III arriverà a compimento. Il fiume Omo scorre per 600 chilometri in Etiopia, garantendo il 90 per cento dell'acqua del lago Turkana. E proprio sul bacino dell'Omo il sodalizio fra il governo etiope e una nota azienda italiana, la Salini Costruttori S.p.A, ha dato vita al progetto della diga di Gibe III, che potrebbe generare una crisi ambientale e umanitaria senza precedenti in una regione tradizionalmente instabile. La diga, in costruzione dal 2006, sbarrerà completamente il corso del fiume con un muro di 240 metri, 500 chilometri a nord del Lago Turkana. In Etiopia, anche la valle dell'Omo è popolata da numerosa comunità indigene che vivono di agricoltura tradizionale basata sulle piene del fiume. Durante la stagione delle piogge, le esondazioni irrigano naturalmente le terre depositando la materia organica che ne aumenta la fertilità, la stessa tecnica utilizzata dagli antichi Egizi lungo le sponde del Nilo.
Ma in termini di siccità sarà la regione del Turkana a pagare il prezzo più alto. Si stima che il livello del lago scenderà di 10-12 metri aumentando la concentrazione salina dell'acqua e compromettendo definitivamente l'uso domestico e per l'allevamento. La biodiversità acquatica sarà drasticamente ridotta, creando una crisi irreversibile dell'economia locale. I conflitti fra le popolazioni locali saranno esacerbati dal deterioramento ambientale e dall'aumento della povertà.
Tutto ciò potrebbe avvenire sotto il segno dello sviluppo. La diga avrà un costo complessivo di un miliardo e 800 milioni di euro e potrebbe ricevere il sostegno della Banca Africana di Sviluppo e della Banca Europea per gli Investimenti. I soldi dei contribuenti europei così asseterebbero ulteriormente una regione già duramente colpita dal cambiamento climatico e farebbero precipitare questa ampia zona dell'Africa subshariana in una nuova spirale di conflitti.
Questa è la terra di Turkana, Borana, Samburu e Dasanech, comunità pastorali prevalentemente nomadi, da sempre in conflitto per lo sfruttamento delle scarse risorse disponibili. Sopravvivono allevando cammelli, capre, asini e contendendosi un terra impervia e l'accesso alle poche forniture idriche disponibili.
In questo ambiente ostile il lago è una risorsa fondamentale. Per alcune comunità è l'unica fonte di acqua che, nonostante sia salina, viene utilizzata per tutti gli usi domestici e per abbeverare il bestiame. Negli anni queste popolazioni dalle tradizioni millenarie hanno diversificato l'attività produttiva dedicandosi anche alla pesca. Attraverso una rudimentale catena di distribuzione e commercio, il pesce del lago Turkana arriva sui mercati di Nairobi e viene venduto anche in Uganda. Si stima che fra pescatori, distributori, commercianti e trasportatori la pesca sia l'unica fonte di reddito per 10mila famiglie, che da queste parti significa 80mila persone.
Questo fragile sistema di relazioni ecologiche e sociali potrebbe collassare per sempre se la costruzione della diga Gilgel Gibe III arriverà a compimento. Il fiume Omo scorre per 600 chilometri in Etiopia, garantendo il 90 per cento dell'acqua del lago Turkana. E proprio sul bacino dell'Omo il sodalizio fra il governo etiope e una nota azienda italiana, la Salini Costruttori S.p.A, ha dato vita al progetto della diga di Gibe III, che potrebbe generare una crisi ambientale e umanitaria senza precedenti in una regione tradizionalmente instabile. La diga, in costruzione dal 2006, sbarrerà completamente il corso del fiume con un muro di 240 metri, 500 chilometri a nord del Lago Turkana. In Etiopia, anche la valle dell'Omo è popolata da numerosa comunità indigene che vivono di agricoltura tradizionale basata sulle piene del fiume. Durante la stagione delle piogge, le esondazioni irrigano naturalmente le terre depositando la materia organica che ne aumenta la fertilità, la stessa tecnica utilizzata dagli antichi Egizi lungo le sponde del Nilo.
Ma in termini di siccità sarà la regione del Turkana a pagare il prezzo più alto. Si stima che il livello del lago scenderà di 10-12 metri aumentando la concentrazione salina dell'acqua e compromettendo definitivamente l'uso domestico e per l'allevamento. La biodiversità acquatica sarà drasticamente ridotta, creando una crisi irreversibile dell'economia locale. I conflitti fra le popolazioni locali saranno esacerbati dal deterioramento ambientale e dall'aumento della povertà.
Tutto ciò potrebbe avvenire sotto il segno dello sviluppo. La diga avrà un costo complessivo di un miliardo e 800 milioni di euro e potrebbe ricevere il sostegno della Banca Africana di Sviluppo e della Banca Europea per gli Investimenti. I soldi dei contribuenti europei così asseterebbero ulteriormente una regione già duramente colpita dal cambiamento climatico e farebbero precipitare questa ampia zona dell'Africa subshariana in una nuova spirale di conflitti.
mercoledì 11 marzo 2009
One big pig goes to the market
domenica 14 dicembre 2008
Merry Christmas Mr. President
Il presidente delle BEI Philippe Maystadt si è rifiutato, due settimane fa, di incontrare tre rappresentanti della società civile africana. Invitati in Europa dalla coalizione Counter Balance hanno incontrato parlamentari, istituzioni ed ONG per spiegare gli impatti di tre progetti finanziati dalla Banca Europea per gli Investimenti: l'oleodotto Ciad-Camerun, la miniera di Tenke Fungurume in Congo ed il gasdotto della Africa Occidentale.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto!
The EIB president Philippe Maystadt refused, two weeks ago, to meet three representatives of African Civil Society. They have been invited in Europe by Counter Balance coalition, they met parlamentarians, institutions and NGO's explaining the impacts of three EIB financed projects: the Chad-Cameroon pipeline, the Tenke Fungurume mine in Congo and the West Africa gas pipeline.
If Mohammed doesn't go to the mountain, we bring the mountain to Mohammed!
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto!
The EIB president Philippe Maystadt refused, two weeks ago, to meet three representatives of African Civil Society. They have been invited in Europe by Counter Balance coalition, they met parlamentarians, institutions and NGO's explaining the impacts of three EIB financed projects: the Chad-Cameroon pipeline, the Tenke Fungurume mine in Congo and the West Africa gas pipeline.
If Mohammed doesn't go to the mountain, we bring the mountain to Mohammed!
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