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mercoledì 15 ottobre 2008

Un futuro da Mar Nero

di Caterina Amicucci
articolo pubblicato da "Il Manifesto"

Il Mar Nero visto dal lungomare di Burgas, la tranquilla cittadina bulgara che affaccia sull'omonima baia, sembra uno specchio d'acqua come un altro. La pesca intensiva e l'inquinamento dell'epoca sovietica. I pescatori però raccontano che fino a pochi anni fa nessuno mangiava i zargan, ma oggi che la biodiversità marina si è ridotta questi pesci filiformi dalla bocca ad ago sono proposti nei ristoranti come «paranza» locale. La baia di Burgas di recente ha visto nascere una fiorente attività turistica che oggi fattura circa un miliardo e mezzo di euro l'anno. Tuttavia una nuova minaccia incombe sul fragile ecosistema del Mar Nero, ancora oggi scacchiere della partita fra Usa e Russia per il controllo del greggio.

Sono addirittura sei i progetti di oleodotti che nei prossimi anni partiranno dalla costa euroasiatica per raggiungere l'Italia, la Grecia, l'Albania e la Turchia. La costa bulgara potrebbe ben presto trasformarsi in un enorme terminale petrolifero, attraverso il quale smistare verso l'Europa milioni di barili.
Gli Usa da diversi anni sostengono l'oleodotto Ambo, che dovrebbe collegare Burgas a Valona, attualmente fermo in attesa di finanziamenti. La Russia è partita al contrattacco, sfruttando la sua influenza ancora molto forte sulla Bulgaria e dando nuovo impulso alla pipeline Burgas-Alexandropoulis, un condotto lungo più di 400 km che raggiungerà l'Egeo nord-orientale. Progetto top secret. Il governo bulgaro, che ha già firmato un accordo con Russia e Grecia, non si sbottona. Perfino il percorso dell'oleodotto continua a essere segreto, nonostante sia stata costituita un'associazione delle otto municipalità coinvolte. Le prime indiscrezioni dicono che il condotto dovrà attraversare uno o più siti protetti dalla rete comunitaria Natura 2000. Il sud del paese è ricco di foreste e sono 12 le aree inserite nella lista delle zone protette dell'Ue. Per evitarle sarebbe necessario un percorso molto tortuoso, che porterebbe i costi a 2 miliardi di euro.
Le associazioni ambientaliste hanno già cominciato a dare battaglia. Oltre a sostenere i referendum della scorsa primavera nei municipi di Burgas e Sozopol, hanno organizzato una serie di incontri con la cittadinanza lungo il tragitto dell'oleodotto, raccogliendo le firme per una petizione da inviare alla Commissione europea che chiede una valutazione di bacino dell'impatto ambientale cumulativo dei sei progetti. Ma i municipi sono già rassegnati, convinti che la loro opinione non verrà ascoltata dal governo centrale. La politica demagogica del governo, che promette benessere e lavoro, sta avendo la meglio, ma la società civile è decisa a non mollare. Non solo ha stabilito alleanze con i comitati locali in Grecia, ma sta facendo appello anche alle reti internazionali. La propaganda governativa insiste sui 30 milioni di dollari annui che la Bulgaria ricaverà dai diritti di transito, che equivalgono però appena al 2% dei proventi del settore turistico, che potrebbe invece subire un colpo irreversibile. La Russia sarà invece la principale azionista che beneficerà del 51% degli introiti, mentre le compagnie bulgare e greche divideranno in parti uguali la quota restante. Se i sei progetti saranno effettivamente realizzati, il rischio ambientale sarà incalcolabile e la vita nel Mar Nero rischierà di scomparire per sempre. Vedremo quale sarà la risposta dell'Europa, che nonostante gli impegni sul clima e sull'ambiente continua a sostenere, tramite le sue istituzioni finanziarie e in nome della sicurezza energetica interna, rischiosi progetti di estrazione e distribuzione di idrocarburi fossili.

lunedì 3 dicembre 2007

IL PARLAMENTO EUROPEO: NIENTE SOLDI PER I COMBUSTIBILI FOSSILI

A Bruxelles approvata a larga maggioranza una storica risoluzione che chiede alla BEI e alle agenzie di credito all’export di smettere di finanziare l’estrazione di gas e petrolio

Roma, 29 novembre 2007 – Questa mattina il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione in cui si invitano con forza la Banca europea per gli investimenti (BEI) e le agenzie di credito all’export (ECAs) a non usare i soldi dei contribuenti europei per finanziare l’estrazione dei combustibili fossili. CRBM, insieme a tutte le Ong internazionali che monitorano da vicino il lavoro di BEI ed ECAs, accoglie con enorme soddisfazione la decisione dell’istituzione comunitaria, tra l’altro presa a larga maggioranza (sui circa 600 presenti ben 540 deputati hanno votato a favore).

La Banca europea per gli investimenti, ovvero la Banca di sviluppo creata dall’Unione europea, negli ultimi cinque anni ha garantito prestiti per 20 miliardi di euro per la realizzazione di opere legate all’estrazione di combustibili fossili. Nel 2006 il suo contributo per questo tipo di progetti ha raggiunto il 58% del totale su scala mondiale sostenuto con fondi pubblici, superando di gran lunga l’apporto fornito dalla Banca mondiale – che pure dà il suo contributo finanziario al peggioramento dei cambiamenti climatici.

Le agenzie di credito all’export sono enti pubblici presenti in tutti i paesi industrializzati – l’ECAs italiana è la SACE – e che promuovono verso le realtà del Sud del pianeta esportazioni ed investimenti che contribuiscono in maniera significativa ad aumenti di lungo termine dei gas serra. Si stima che il sostegno delle ECAs nei confronti dei progetti per l’estrazione di gas e petrolio sia il doppio di quello garantito dalle altre istituzioni multilaterali. La metà dei nuovi progetti realizzati nei paesi in via di sviluppo ha ricevuto un qualche sostegno da parte delle ECAs.

“L’Unione europea attualmente sta negoziando una riduzione delle sue emissioni di gas serra, ponendo una forte enfasi sull’importanza della diminuzione delle emissioni anche da parte dei paesi in via di sviluppo” ha dichiarato Antonio Tricarico, coordinatore della CRBM. “Però allo stesso tempo i suoi organismi finanziari hanno ignorato le implicazioni ambientali delle loro attività. E’ venuto il momento di porre fine a tutto ciò, per cui ben vengano le parole e le esortazioni del Parlamento europeo. E’ ora che i governi nazionali agiscano di conseguenza” ha concluso Tricarico.

martedì 18 settembre 2007

Quella spiaggia che Tirana vuole cancellare.

di Caterina Amicucci
articolo pubblicato da "Il Manifesto"

Un angolo di paradiso. Talmente bello da meritare l'appellativo di "Regina d'Albania". E' la baia di Vlora, sulla costa sud-orientale dell'Adriatico, habitat naturale di numerose specie di pesce e corallo. Peccato che nel 2004 Tirana abbia deciso di cancellare questa attrattiva naturale per far posto ad un mega parco industriale da 120 milioni di euro. Una colata di cemento e acciaio cancellerà una pineta dichiarata parco nazionale a due passi dalla spiaggia e dalla laguna di Narta, in teoria protetta della Convenzione di Ramsar sulle paludi. Quello che è stato enfaticamente definito il più grande investimento nella storia dell'Albania prevede la realizzazione di un parco industriale composto da sette impianti fra i quali un terminale per lo stoccaggio e la trasmissione di idrocarburi, una raffineria e una centrale termoelettrica per la conversione riconversione del gas. Banca mondiale, Banca europea per gli investimenti e Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo hanno subito manifestato il loro interesse a finanziare il progetto, incuranti dell'impatto ambientale. Fortuna ha voluto che nel 2005 la società civile albanese abbia messo su una coalizione, l'Alleanza per la protezione del Golfo di Vlora, per dire no all'ennesimo scempio di uno spicchio di costa del Mediterraneo. Per prima cosa gli attivisti hanno fatto ricorso contro il governo, accusato di aver violato la Convenzione di Aarhus sull'accesso alle informazioni in materia ambientale. Ricorso vinto lo scorso marzo. La commissione internazionale creata ad hoc in base al trattato ha ritenuto l'Albania colpevole di non aver informato adeguatamente le popolazioni locali sulle possibili conseguenze del progetto, così da evitare, quindi, che i processi decisionali avvenissero in maniera condivisa. Nel corso degli ultimi due anni, la coalizione ha anche cercato a più riprese un'interlocuzione con le agenzie multiletarali internazionali intenzionate a finanziare il progetto. La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha preferito infischiarsene delle istanze della società civile e ha già elargito la prima tranche dei 37 milioni di dollari. Più collaborativa la Banca mondiale, che tramite il suo organismo indipendente d'indagine si sta attivando per verificare se a Vlora si violeranno o meno gli standard socio-ambientali che regolano l'operato dell'istituzione guidata fino a pochi mesi fa da Paul Wolfowitz e se la valutazione di impatto ambientale su cui si è basata l'approvazione dell'esborso dei 25 milioni di dollari previsto dalla stessa Banca sia stata fatta secondo i canoni.Per adesso i lavori di costruzione languono, in attesa che si sblocchino tutti i fondi. Ma ancora una volta a non stare con le mani in mano sono stati gli albanesi, protagonisti di una serie di azioni contro la devastazione della loro bellissima baia. Tra campeggi dimostrativi sulla spiaggia di Vlora e manifestazioni di piazza (l'ultima si è tenuta il 9 settembre), la comunità locale sta facendo di tutto per vendere cara la pelle e salvare la sua principale attrattiva naturale. «Siamo pronti alla disobbedienza civile - ha promesso Aleksander Mita, dell'Alleanza -Se il progetto sarà realizzato la spiaggia verrà cancellata, si assisterà all'abbattimento di 30mila pini, importanti siti storici ed archeologici subiranno danni irreparabili e le abbondanti riserve di pesce rischieranno di sparire per sempre». La lotta continua, in attesa che la Banca europea per gli investimenti o la Banca mondiale battano un colpo, ritirando il loro finanziamento.

lunedì 3 settembre 2007

Vlora condannata a morte


Vlora, conosciuta come una delle più belle baie del sud-est Adriatico e ribattezzata “la regina d’Albania” è stata condannata a morte. Nel 2004 il governo Albanese ha approvato il più grande investimento della storia: un parco industriale di 560 ettari da costruire vicino la spiaggia, su una pineta dichiarata parco nazionale ed accanto alla laguna di Narta, anch’essa protetta in base alla convenzione di Ramsar sulle zone umide.

La BEI, la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) e la Banca Mondiale si sono offerte di finanziare il progetto nonostante il devastante impatto che esso comporta su un sito unico, come quello della baia di Vlora. Il progetto prevede sette impianti per lo stoccaggio e la trasmissione di idrocarburi, una raffineria, un centrale termoelettrica per la conversione riconversione del gas. La costruzione del terminal di stoccaggio di idrocarburi è stato naturalmente affidato ad una società italiana “La petrolifera italo-rumena”, con un accordo piuttosto vantaggioso per gli impresari italiani vicini agli ambienti di Arcore, che prevede un concessione esclusiva di 30 anni con diritto di rinnovo a fronte di un investimento di 12 milioni di Euro.

Nel 2005, associazioni e cittadini si sono uniti dando vita alla”Alleanza per la protezione del Golfo di Vlora” ed hanno citato il governo albanese per aver violato la Convenzione di Aharus (Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale).
In seguito ad una lunga ed articolata inchiesta, il 23 Marzo 2007, la Commissione ricorsi della Convenzione di Aahrus ha dichiarato il governo Albanese responsabile di non avere agito in conformità con i principi della convenzione. Nel corso di questi due anni la coalizione di ONG ha cercato di interloquire con la Banca Mondiale e la BERS chiedendo di congelare le operazioni di prestito finché il comitato non avesse terminato il lavoro investigativo. Il dialogo con le due istituzioni non ha portato a niente e la BERS ha provveduto ad erogare una prima tranche di finanziamento.

Il 30 Aprile 2007, l’Alleanza ha presentato una richiesta di intervento del Nucleo Ispettivo della Banca Mondiale. In seguito alla verifica dell’elegibilità del ricorso, la richiesta è stata accolta il 18 luglio 2007.

Il prossimo ottobre, una delegazioni internazionale di attivisti si recherà a Vlora
per dare visibilità alla vicenda e per sostenere le organizzazioni albanesi che stanno lottando per salvare la baia.